Sentirsi “fatti di niente”: la storia di Nuno

Roberto Morgese è la nuove voce letteraria scoperta dal Premio Il Battello a Vapore 2017. Ora in tutte le librerie trovate il romanzo vincitore del concorso, Nuno di niente.

Nuno vive in una discarica immensa ai margini di Rio de Janeiro. La sua vita è fatta tutta di rifiuti: il suo lavoro è raccogliere quello che gli altri buttano via e trovare cose con cui arredare la casa, da mangiare o da rivendere. Un giorno, su uno dei camion che arrivano alla discarica, Nuno trova uno strano pacco e un messaggio di Mariana, una ragazza dei quartieri ricchi. Inizia così una conversazione a distanza, che si trasformerà prima in una bellissima amicizia, e poi in un’occasione, per Nuno, di iniziare un viaggio alla scoperta delle sue origini.

Abbiamo raggiunto lo scrittore per intervistarlo e conoscere qualcosa in più del suo romanzo e dei temi che emergono.

Come è nata l’idea per il romanzo Nuno di niente?

Dire che l’idea di un romanzo “nasce” è abbastanza appropriato. Quasi come un bambino, il racconto viene alla luce dopo che te lo sei portato dentro per un bel po’, dopo che lo hai immaginato a lungo. Almeno a me succede così.
È stato uguale anche per Nuno. Ha “preso corpo” dentro di me quando ho approfondito il tema ecologico dello spreco di cibo e di materiali, una vergogna tipica del nostro modo di vivere.
Ho letto e guardato servizi giornalistici sulle persone che vivono ai margini della discarica e soprattutto di coloro che vivono di ciò che la discarica offre. Ho visto film su quel tema. Ce ne sono diversi, alcuni forse un po’ “forti” per i ragazzi, ma realistici. Ho letto le testimonianze di chi ha coraggiosamente affiancato catadores come Nuno; di personaggi che hanno provato a riscattarsi da quella condizione, che hanno pensato e realizzato soluzioni alternative allo spreco, soprattutto a quello alimentare.
Così, a un certo punto, Nuno si è materializzato nei miei pensieri. Carico di mistero e di leggerezza. Di fiducia e a volte di malinconia.
Poi è diventato racconto. Io l’ho accolto; gli ho dato spazio. Ho lasciato che immaginasse per sé una vita alternativa a quella terribile della discarica e lui me l’ha narrata. Non mi rimaneva che scriverla. L’ho fatto.

Come descriveresti il protagonista, Nuno, ai lettori?

Nuno si sente fatto di niente. Gli succede proprio perché è circondato della spazzatura, da tutto ciò che “noi” scartiamo perché non ci interessa, perché non ha più valore. Nuno però si accorge di avere, o meglio di essere qualcosa, qualcuno. Sono gli altri che lo aiutano a capire di non essere fatto di niente.
Nuno sta sopra a una strana altalena. Dondola tra tristezza e spensieratezza; tra ottimismo e paura di non farcela; tra le brutture della discarica e la meraviglia della natura. Tra passato e futuro. Cerca la propria strada e per farlo compie un vero viaggio.
Nuno siamo noi quando cerchiamo di capire che cosa sentiamo dentro, quando mettiamo a fuoco chi o come ci piacerebbe essere; quando ci immaginiamo diversi da come siamo. Nuno sono i nostri ragazzi quando decidono di crescere davvero. E per farlo accettano anche un po’ di rischiare.

Nel tuo romanzo c’è spazio anche per l’amicizia: quanto è importante per i giovani d’oggi?

Non sono sicuro di poter parlare a nome dei giovani di oggi. Credo però che l’amicizia sia un sentimento così antico e profondo che nessuno possa farne a meno. È difficile immaginare qualcuno che davvero non desideri avere un amico; forse chi la pensa così ha paura di esporsi. Eh sì, perché secondo me l’amicizia è scambio. Una specie di corrente tra te e me. Un usarsi e lasciarsi usare con affetto, con fiducia.
L’amico è una corda. Una corda si può utilizzare per giocare; per agganciarla ad un punto sicuro da cui risalire verso l’alto oppure calarsi verso il basso; per annodare strettamente qualcosa a cui tieni, che non vuoi perdere. L’amico è questo e tanto altro ancora. E tu per l’amico sei la sua corda, perché il segreto (non tanto segreto!) dell’amicizia è la reciprocità. L’amicizia ha tante forme. C’è quella collettiva e quella personale. Quella anonima e indiretta e quella faccia a faccia. Quella a distanza e quella vicina. Io preferisco la forma dell’incontro a tu per tu. Quando mi trovo gomito a gomito con un amico, è più facile, più immediato condividere qualcosa con lui.
Non so quale forma i giovani di oggi prediligano. Immagino che possa piacere l’idea “fare gruppo” oppure di entrare in rapporto con tanti coetanei sparsi per il mondo (come piace a me), che persone sconosciute possano “darti l’amicizia”, ma è difficile instaurare un rapporto di autentica vicinanza di cuore, di interessi, di passioni, con chi non puoi frequentare.
Aprirsi all’amicizia, significa aprirsi all’altro. Non diamoci limiti allora quando vogliamo entrare in rapportro con qualcuno. Non selezioniamo prima quelli adatti e quelli non adatti a diventare nostri amici. Nuno diventa amico di una bambina infinitamente diversa da lui (è una femmina, è ricca, è malata) e di un adulto di una certa età, mezzo europeo e per giunta scienziato. Questo succede perché l’amicizia non puoi prevederla, a volte arriva di sorpresa verso persone che nemmeno ti aspettavi e che ricambiano il tuo sentimento.
L’invito quindi è: ragazzi, comunque la pensiate sull’amicizia, non abbiate timore e lasciatevi un po’ andare.

Nuno di niente è una storia di riscatto e di speranza: tutti ce la possono fare nella vita?

Certamente. Soprattutto se vieni aiutato da persone di cuore e, per fortuna, Nuno ne è circondato. Ma bisogna anche mettercela tutta e “gettare il cuore oltre l’ostacolo”. Bisogna avere davvero il desiderio di superare un po’ se stessi e la consapevolezza che nessuno vale meno di un altro, su questa terra.
Che cosa ne sarebbe stato di Nuno senza la speranza? Senza la voglia di impare a leggere, di cercare la verità? Che cosa ne sarebbe di noi se non nutrissimo i nostri desideri di speranza?