La storia di Lia Pipitone è una lotta silenziosa eppure tenace, il ritratto non solo di una vittima, ma di una donna forte e gentile, che con il suo esempio ci ha lasciato un'eredità di gioia, da tenere viva ogni giorno.
Palermo, 1970. Lia Pipitone ha dodici anni, e il suo futuro sembra già scritto: il matrimonio, i figli, i piatti da lavare. La vita che sbiadisce a poco a poco, fino a diventare uguale a mille altre. È questo, infatti, il destino di tante donne nate alla fine degli anni Cinquanta, ed è quello che il boss Nino Pipitone ha programmato per la figlia. Ma Lia non vuole un destino scritto da altri, lei vuole perdersi, sbagliare, infrangere i divieti, decidere per se stessa. Sceglie i jeans al posto dei vestitini ordinati, i capelli sciolti al posto delle trecce, la risata libera e incontrollata al posto del silenzio e dello sguardo basso e obbediente. Il liceo artistico. L’impegno civile. Gli amici, la musica, la poesia. E soprattutto sceglie lei chi amare. La cultura patriarcale e criminale, però, non può accettare di assistere silenziosa a questo affronto e, alla fine, Lia pagherà con la vita questo suo desiderio di libertà.
Perché leggerlo in classe
Permette di affrontare il tema della legalità non solo come rispetto delle norme, ma come diritto inalienabile all’autodeterminazione. Attraverso la storia di Lia, gli studenti possono comprendere il legame profondo tra cultura patriarcale e mentalità mafiosa, riflettendo su come la libertà di scegliere chi essere, cosa studiare e chi amare sia la forma di resistenza più potente (e purtroppo spesso più coraggiosa) contro ogni forma di oppressione criminale.
















