La musica non si legge, si ascolta!

By 21 Maggio 2019 Ottobre 24th, 2019 Senza categoria

Educare i bambini all’ascolto e alla comprensione della musica: come fare? Basta davvero uno studio limitato del flauto dolce, o c’è bisogno di qualcosa di diverso? A questa domanda, e non solo a questa, risponde Francesca Dego, violinista e autrice di “Tra le note. Classica: 24 chiavi di lettura” (Mondadori Electa).

«È come cercare di apprendere una nuova lingua, pian piano scoprendone le infinite sfaccettature. Magari, inizialmente, si ha solo voglia di ascoltare, assorbire e memorizzare, costruendosi un vocabolario da arricchire nel corso della vita».

Parlo di musica nel mio libro Tra le note. Classica: 24 chiavi di lettura, e di come nasce e si sviluppa una passione così totalizzante. Ed è proprio vero che, come con una lingua, bisogna “sentirla” a lungo, avere la possibilità di assorbirne le sfumature, per poterla poi comprendere, amare e perfino riprodurre.

Da piccola venivo spesso definita “bambina prodigio”, ma per me l’apprendimento della musica era la cosa più naturale del mondo e non capivo perché gli adulti si sorprendessero tanto di fronte al mio “orecchio assoluto” (la capacità di riconoscere la frequenza esatta dei suoni senza l’appoggio di una nota di riferimento). Lo sforzo era grande, lo studio assiduo, un po’ come per lo sport praticato a livello agonistico: una delle sfide maggiori, in quella fase, fu sicuramente mantenere fresco e naturale l’amore e il rapporto con la musica, nonostante l’incredibile disciplina e le ore richieste per padroneggiarne gli aspetti tecnici. Ma non potrei essere più grata ai miei genitori e ai miei insegnanti per avermi sostenuta in questo cammino, che mi ha arricchita in ogni aspetto della mia vita.

Certo è che, per la maggior parte dei giovani, non si può parlare di “rapporto con la musica” se essa viene esclusa completamente dal piano di studi, almeno in Italia.

Come si può dare a uno studente la possibilità di innamorarsi di una materia così complessa se non attraverso l’esposizione, l’ascolto, lo studio e un’infarinatura di storia e di quelle regole che controllano il rapporto, lo sviluppo e le combinazioni tra i suoni, in gergo tecnico “armonia”? Sarebbe come aspettarsi che un bimbo arrivi a decidere di propria iniziativa di dedicarsi allo studio della medicina senza che a scuola gli si sia mai parlato di biologia. Mi viene spesso chiesto in che senso lo studio accademico possa far sbocciare l’amore per una disciplina così istintiva e pratica come la musica, capace di essere gustata senza pensare. La musica non si legge, si ascolta!

Per rispondere cito un altro breve passo dal mio libro: «Personalmente sono convinta che conoscere almeno qualche elemento delle vite dei compositori sia fondamentale, se non necessariamente per godere della loro musica, per viverla e capirla, immergendoci nel loro mondo poetico e spirituale, facendoci sostenitori nelle loro battaglie, complici delle loro aspirazioni, consapevoli dei loro drammi».

Non che la musica debba per forza essere compresa per essere amata! Ma come per tutte le cose, un insegnante appassionato, una guida, può fare la differenza. Tutti quanti ricordiamo quegli insegnanti che ci hanno ispirati, che hanno fatto sì che a scuola ci appassionasse di più la filosofia che la matematica, o la fisica più della letteratura. Sono coloro che non hanno voluto obbligarci ad apprezzare qualcosa conoscevamo, ma ci prendevano per mano e ci spiegavano cosa ci trovassero loro di tanto meraviglioso. E spesso in questo modo ci convincevano.

«L’emulazione dei propri insegnanti viene naturale, diventano una parte importante di noi: ci formano professionalmente ma anche come individui. In musica questo rapporto può essere ancora più profondo, la discussione diretta, e l’insegnante chiede, deve chiedere, di entrare in contatto con i propri sentimenti più profondi».

Non sto dicendo che se si studiasse musica a scuola tutti gli studenti terminerebbero il proprio percorso da intenditori, da cultori di Wagner o nostalgici Rossiniani. Ma qualcuno sì, quella piccola percentuale che, a livello nazionale, cambierebbe forse le sorti e il futuro della nostra eredità culturale.

«La musica è infinitamente più grande dei nostri pregiudizi e dei nostri limiti, e dovrebbe rientrare nell’educazione di tutti, in quanto ha la capacità di arricchire il pensiero, e concorrere in un percorso cognitivo estetico e morale di portata unica. Invece, almeno nel sistema scolastico nostrano, la musica è assente, o fa da comparsa casuale, in cui ci si imbatte in modo superficiale e riduttivo, quasi come se non si volesse dar credito allo studente affidandogli una materia così complessa, che invece potrebbe influenzarlo quanto la lettura dei grandi classici o lo studio delle arti visive».

I flautini non solo la risposta, solo un’ulteriore semplificazione.