Raccontare ai ragazzi gli eventi del nostro tempo

By 6 Aprile 2021 Aprile 16th, 2021 Attualità
chernobyl

«Chernobyl ci ha insegnato che i problemi di una Nazione sono i problemi di tutti, perché le nuvole viaggiano.»
Grazia Francescato

Chernobyl è stata teatro del più grande disastro nucleare della storia. La notte del 26 aprile 1986 alle ore 1:23:45, il reattore n°4 Lenin si incendiò. Si sono contati circa 300 mila morti, migliaia di neonati malformati in tutta Europa, nonché 2800 km quadrati d’acque, flora e fauna contaminati.
Tre decenni dopo, il sito è diventato la terza riserva naturale più grande d’Europa (grazie all’assenza dell’uomo, cui l’accesso è vietato).
Oggi, raccontarne ai più giovani la storia e, soprattutto, le conseguenze, è quanto mai necessario. Accogliamo qui un intervento di Nicoletta Bortolotti, in occasione dell’uscita di Quelle in cielo non erano stelle (Mondadori).

 

Il 26 aprile di questo 2021 si celebrerà il 35° anniversario di #Chernobyl e il 22 maggio la giornata mondiale della biodiversità. Quando esplose la centrale nucleare andavo al liceo, e di quel periodo di cui ricordo le manifestazioni studentesche contro il nucleare. Quella vicenda, venne interrata nei segreti archivi dell’immaginario. E dell’ex Unione Sovietica.

Il 6 aprile verrà pubblicato Quelle in cielo non erano stelle. In questo racconto ho tentato di offrire alla vicenda una prospettiva singolare e italiana: quella dell’accoglienza dei bambini ucraini e bielorussi, i “bambini di Chernobyl”, nel nostro Paese.
L’impegno di tante importanti associazioni, come per esempio Verso Est, e di tante famiglie che ho conosciuto e intervistato, è davvero instancabile e fondamentale: un allontanamento temporaneo dei bambini dalle regioni contaminate, infatti, dimezza la quantità di radionuclidi depositata nel sangue.

Su Chernobyl non è stato scritto molto per i ragazzi, ma nelle scuole – sensibili ai temi dell’Educazione Civica – si potrebbe ragionare sulla responsabilità umana nella gestione dell’ecosistema e del pianeta Terra. Sull’ambiente. Ma anche sull’accoglienza e l’intercultura, come scambi profondi d’affetti tra famiglie di geografie diverse.

Quelle in cielo non erano stelle è la storia di due ragazzini che superano le reciproche differenze e
si svolge tra due foreste che si camminano accanto: la foresta lombarda del Parco delle Groane e la foresta rossa di Chernobyl che, paradossalmente, è diventata un’area di biodiversità dove la natura è potuta rifiorire. Ed è un romanzo d’avventura, perché i ragazzi, nella foresta, ne vivranno una fino a quel momento inimmaginabile.

Ho scritto Quelle in cielo non erano stelle mentre la foresta di Chernobyl bruciava ancora, nella lontananza degli sguardi, assorti e chiusi in una pandemia che si è abbattuta sulle nostre sicurezze. Conversavo, in quarantena, con il mio giardino e camminavo nella casa di una foresta dietro casa mia.
Come a Pripyat, nel mio paese vuoto, abitato attraverso i vetri, l’ultima città possibile era la luce.

 

Puoi leggere l’intervento integrale dell’autrice e scaricare anche la nota al romanzo: due materiali che potranno offrirti spunti per il tuo lavoro in classe.

 

Raccontare ai più giovani le vicende drammatiche che hanno segnato il nostro tempo non è facile. Anche Marco Magnone si è da poco cimentato nell’impresa, partendo dalla strage di Utøya del 22 luglio 2011. A dieci anni dall’attentato terroristico che ha sconvolto la Norvegia, Magnone regala ai lettori un romanzo intenso e delicato al tempo stesso. Romanzo, edito Mondadori, che ci racconta lui stesso:

«Questo è quello che fanno le armi: sparano. Di solito lo fanno alle persone, che di solito muoiono.
Anche se non è una scelta loro, delle armi. Alle armi non frega niente.
Sono altre persone a volerlo. Sempre. Per le ragioni più diverse, o anche per nessuna.
In fondo, però, questionare sulle ragioni non fa molta differenza.
Né per chi se ne va, né per chi resta.»

Fino alla fine del fiato inizia così, e racconta di cosa succede ai sogni di alcuni ragazzi quando si trovano di fronte all’odio di un uomo.
Si trasformano in incubi. Dai quali, anche dopo esserti risvegliato, non riesci a liberarti.
Questa storia è nata durante un viaggio fatto in Norvegia nel 2019, quando ho incontrato giovani uomini e giovani donne che alcuni anni prima erano sopravvissuti a un terribile attentato terroristico. Quello avvenuto su una piccola isola poco a nord di Oslo, Utøya, il 22 luglio del 2011, quando Anders Behring Breivik – un terrorista di estrema destra – ha tolto la vita a sessantanove persone. La maggior parte delle quali aveva tra i tredici e i diciotto anni.

Fino alla fine del fiato è dedicato a loro, ma non è la loro storia.
È la storia di come l’adolescenza possa essere non soltanto la stagione dove nascono grandi sogni destinati presto a finire.
Ma anche quella da cui attingere la forza e il coraggio necessari a non tradirli.